Sagittario
Intendo la vita come un’esplorazione. Spesso ho attribuito ciò a una ragione astrologica: ho letto e riletto quella che gli astrologi chiamano la “carta natale”, ovvero la configurazione del cielo al momento della nascita, e sono sempre rimasta incantata dal mio “ascendente”, il Sagittario.
L’ascendente è la costellazione che stava sorgendo a Est nel momento in cui siamo nati. Spesso vi ritorno, perché ciò che è ancora allo stato nascente mi ha sempre incuriosito di più di ciò è invece ormai già configurato e stabilito nel proprio essere. In un certo senso, anch’io mi sono sempre sentita “allo stato nascente”, il che sembra confermare il senso stesso del nome che i miei genitori mi hanno dato: Aurora.
Il Sagittario come ascendente, dicevano tutte le interpretazioni che ho consultato, indica una predisposizione alla scoperta e all’avventura. Il Sagittario è un centauro dotato di arco e freccia, sollecitato da un’estasi continua: la sua freccia punta infatti sempre al di là di se stessa, verso l’ignoto.
Il Sagittario è mosso da un’inquietudine insopprimibile. Come se al cuore del suo essere fosse stato posto un seme di immensità, esso fa della realizzazione di quest’immensità lo scopo della propria esistenza.
Eppure il mio segno solare sembra indicare una tendenza opposta: il Cancro è un segno legato alla propria casa e all’interiorità del proprio essere. Il Cancro ama rannicchiarsi nella propria conchiglia e sentirsi cullato dal mare: mentre il Sagittario desidera attraversare l’intero mare con un passo e scoprire che in verità esso è illimitato – e che non vi sarà perciò mai fine alla sua esplorazione.
Così anche io sento che la mia esplorazione non avrà mai fine. Ma non ho mai creduto che essa riguardasse lo spazio esterno e i suoi confini. Ho creduto invece che la spontanea tendenza delle mie due nature fosse quella di raggiungersi e compenetrarsi, di darsi un senso reciproco. Così la mia esplorazione ha assunto una sfumatura introspettiva: non erano i confini del mondo a voler essere toccati, ma quelli del mio essere. Non era la profondità della Terra a voler essere sondata, ma quella dei miei desideri. Non l’immensità del cielo a voler essere scoperta, ma quella della mia anima.
Il Sagittario mi ha donato l’intuizione di una grandezza della quale non avevo idea, una grandezza che potevo solo intuire al di qua del mio sguardo, che era stata racchiusa nella mia pelle prima della mia nascita e che non avevo perciò mai smesso di interrogare.
Poiché sembrava che tutto puntasse verso di essa, che tutto la risvegliasse, che tutto volesse, senza alcuna ragione specifica, raggiungerla. Penetrandola con il dolore più acuto o riempiendola con la gioia più incontenibile. Una sensazione di profondità si tracciava passo dopo passo, disegnava e ridisegnava in un palinsesto infinito la mappa del mio essere, ritrovandosi senza coordinate, come se ogni volta dovesse ripartire da capo. Ma non era così.
Spesso ho percepito, in questa ricerca, di starmi muovendo in cerchi: come se tornassi sempre allo stesso punto, ma con domande diverse. Se all’inizio sospettavo l’inutilità e l’inerzia di questo movimento, presto ho realizzato che esso mi conduceva in realtà attraverso passaggi interiori diversi e insospettati. Ogni volta che veniva scavalcata una certa resistenza interiore, il cerchio si completava e mi sospingeva un po’ più in là.
Così ho compreso: è una spirale a custodire il segreto del mio essere, come la conchiglia custodisce la perla. Questa attende umida e lucente nell’antro più buio e irraggiungibile della sua protettrice, là dove solo un Sagittario tenace potrebbe addentrarsi, scoccando deciso e tagliente la sua freccia.
È al centro che si dirige ogni mia esplorazione. Là dove la luce non arriva più e la gravità diventa insopportabile, c’è tutto l’amore che io possa ricevere e l’immensità più grande che io possa concepire: tutta condensata nello spazio minuscolo di un seme, pronta ad essere raccolta ed espressa affinché essa possa, un giorno, riconoscere se stessa.

